VILLA VECELLI CAVRIANI

Al piacere di avere contribuito al miglior esito di una mostra così raffinata, desidero aggiungere un ricordo personale. In anni ormai lontani, giovane soprintendente a Verona, ho visitato Villa Vecelli Cavriani a Mozzecane. Non potrò mai dimenticare lo squallore e la desolazione di quel monumento insigne all’epoca abbandonato, degradato e circondato da rifiuti, ed il senso di impotenza che provai in quell’occasione. E’ consolante accorgersi che oggi la Villa, correttamente restaurata e opportunamente valorizzata dai nuovi proprietari, ospita mostre come questa. Di rado, purtroppo di rado, ma qualche volta le buone notizie arrivano...
— Antonio Paolucci, Ex Ministro per i beni e le attività culturali

Il territorio e l’ambiente culturale

Villa Vecelli Cavriani si trova esattamente a metà strada tra Verona e Mantova, un chilometro più ad est dell’antico e glorioso tracciato della “via Postumia”. Questo venne col tempo sostituito dall’attuale “strada mantovana”, principale via di comunicazione tra sud e nord della val Padana dopo che, nel corso del ‘400, i lavori di ingegneria idraulica promossi dal Ducato di Mantova portarono alla formazione dei laghi e alla interruzione definitiva della vetusta strada romana. Lungo l’asse viario su cui insiste Villa Vecelli Cavriani transitarono, negli ultimi cinque secoli, tutte le relazioni diplomatiche e commerciali che dal Sud Italia portavano al Nord Europa, essendo l’unico pertugio nella vasta area aquitrinosa e bisognosa di incessanti interventi di bonifica che separava i territori della Serenissima da quelli dei Duchi di Mantova, prima, dell’Imperatrice d’Austria poi.
Zona di confine, dunque, contesa a lungo nel medioevo dalle signorie Scaligere e Gonzaga, oggetto di trattati nel Settecento: Villa Vecelli Cavriani è certamente espressione della cultura veneta, ma conserva nel nome questa vocazione ad essere tramite tra la cultura veneta e quella lombarda. I Vicelli, fautori della ricostruzione settecentesca, erano veronesi d’adozione, forse provenienti dal vicentino o dal trevigiano; i Marchesi Cavriani erano tra le famiglie nobili più in vista di Mantova.Villa Vecelli Cavriani è concepita come una villa veneta tradizionale: il palazzo principale, le ali rusticali, il doppio brolo - di cui soltanto quello posteriore sopravvive - sono tra gli elementi costitutivi di gran parte delle ville. L’inserimento nel centro del paese ha, tuttavia, portato a privilegiare la funzione rappresentativa dell’insieme rispetto a quella strettamente funzionale; probabilmente il committente aveva il preciso intento di
soverchiare la strada mantovana che si vede in primo piano con una mole possente che venisse notata da tutti i viaggiatori in transito. Ne nasce, così, una tipologia del tutto singolare di villa veneta in contesto urbano o, meglio ancora, di palazzo di città innestato in un’azienda agricola, il che rappresenta l’unicità di Villa Vecelli Cavriani. Villa Vecelli Cavriani è senz’altro un prodotto della cultura veneta, ma ad un’analisi più approfondita, evidenzia la particolare rielaborazione operata del fecondo circolo culturale promosso in Verona da Scipione Maffei. La scarsa fortuna del barocco a Verona nel corso del Seicento aveva fatto sì che il Rococò non trovasse terreno fertile per la sua diffusione; il riferimento architettonico di Verona rimaneva sempre il Sanmicheli. Dalla sua scuola ideale uscì l’architetto Pompei, delfino del Maffei, e il suo allievo Cristofali, che divenne in breve il primo architetto di Verona. All’apice della sua fama Cristofali condusse in contemporanea i due grandiosi cantieri di Palazzo Canossa, nella vicina Grezzano, e di Villa Vecelli Cavriani in Mozzecane. Il progetto di Cristofali anticipa nella sua essenzialità e nel rigore compositivo gli esiti del neoclassicismo ottocentesco, di cui è stato un riconosciuto riferimento.

 

Cenni storici su villa Vecelli Cavriani.

La realizzazione di Villa Vecelli Cavriani si attua tra il XV ed il XVIII secolo inserendosi in quel complesso periodo storico che, caratterizzato dall’edificazione di prestigiose ville nel territorio veneto, nonché veronese, definisce il passaggio da un sistema politico feudale, tipico delle signorie, ad un governo veneziano più moderno ed aristocratico, sfruttante al meglio le risorse economiche della terraferma. La dedizione di Verona alla Serenissima nel 1405 induce le famiglie del patriziato veneto - tra cui emergono i nomi Bevilacqua-Lazise, Canossa, Maffei, Malaspina, Nichesola, Pellegrini e Verità - all’acquisto dei fondi appartenuti alla dinastia scaligera e all’affermazione sociale attraverso la magnificenza e lo splendore delle dimore signorili di campagna. Sorte soprattutto nel Cinquecento, le ville venete sono ampliate o ricostruite nel corso del XVIII secolo. Il palazzo di Mozzecane ha lontane origini cinquecentesche e nel corso dei secoli subisce significativi passaggi di proprietà, utilizzi e trasformazioni. Edificata al centro del paese di fronte alla chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, lungo l’asse viario principale che collega Verona a Mantova, prende nome dai proprietari che vi abitarono nel Settecento, i Vicelli cui si deve la ricostruzione alla metà del XVIII secolo, e dai marchesi Cavriani, presenti in villa nell’Ottocento.

 

Il restauro: un recupero in extremis

Fino a pochi anni fa la storia di villa Vecelli Cavriani sembrava ricalcare le orme di tanti altri edifici destinati irrimediabilmente alla rovina; e ciò nonostante fossero trascorsi circa cinquant’anni dall’encomiabile impresa di Giuseppe Mazzotti che nel 1952, con la provvidenziale mostra nella sala dei Trecento a Treviso, poneva all’attenzione della comunità internazionale lo stato di degrado delle ville venete. Lo sconcerto suscitato dall’iniziativa dava impulso, nei decenni successivi, al progressivo recupero di gran parte delle strutture deteriorate; villa Vecelli Cavriani, posta all’estrema periferia sud ovest dello “stato da terra” non veniva raggiunta da questa ondata di rinnovato interesse per le dimore storiche e rimaneva, fino al 1997, in preda all’abbandono. Una residenza oramai fatiscente per la quale non si poteva certamente invocare l’oblio collettivo che copriva di normale ville sperdute tra poderi fuori mano: il progressivo degrado del “palasson” - secondo la popolare definizione della gente di paese - era sotto l’occhio di quanti, ed erano tanti, transitavano sulla strada principale di collegamento tra Verona e Mantova. Quella stessa strada che, tra Settecento e Ottocento, costituiva l’asse viario privilegiato tra Italia e nord Europa, percorsa verso sud dagli Asburgo che si recavano nei loro nuovi possedimenti mantovani. In direzione opposta proveniva nel 1822, in occasione del Congresso di Verona, Ferdinando I, re di Napoli e delle Due Sicilie, che doveva essere favorevolmente colpito dalla sua mole rassicurante, giacché preferiva pernottare nella villa dilazionando di un giorno l’arrivo nella vicina città. L’edificio era stato ampliato nel Settecento proprio con il proposito di richiamare l’attenzione dei più illustri viaggiatori che transitavano sull’importante arteria; ma duecento anni dopo le sue spoglie cadenti si facevano notare soltanto per l’abbandono e l’incuria. Fenomeno di cui è stato troppe volte testimone il citato Mazzotti che scrive nel suo monumentale catalogo su Le ville venete: “Alle ingiurie del tempo, alle mutate condizioni economiche, al cambiamento del modo di vita, si aggiunsero altri fatti che aggravarono e accelerarono la decadenza di quelle antiche dimore. Dal tempo delle campagne napoleoniche all’ultimo conflitto mondiale, le ville venete furono in ogni guerra ridotte a sedi di comandi, quando non servirono di accantonamento alle truppe. Nei casi migliori furono trasformate in ospedali”.

Ed ecco, puntuale, il riscontro; nel 1860 la villa mozzecanese venne requisita dagli austriaci che ne fecero un ospedale militare. La nuova destinazione d’uso comportò la completa scialbatura a calce delle pareti e una nuova segnaletica dipinta sulle sovrapporte affrescate, di cui rimaneva ancora qualche testimonianza al momento del restauro. Denunciava ancora Mazzotti il comportamento di molti proprietari che “spogliano la villa e la riducono (è assai semplice) ad abitazione colonica o a stabilimento industriale (...). Questo è ancora il minor male. C’è chi strappa gli affreschi per venderli; a ciò costretto, dice, dalle ‘necessità del vivere’. È una spiegazione, non una giustificazione, poiché non si può pretendere, per vivere (o solo, come quasi sempre avviene, per vivere meglio) di alienare o distruggere un’opera d’arte che fa parte di un edificio, e che, come opera d’arte, prima di essere proprietà privata, è patrimonio di tutti”. Ebbene, quasi che la villa dovesse fatalmente divenire compendio dei più diffusi fattori di deterioramento, eccola ridotta nel 1872 a ‘stabilimento industriale’ (nella fattispecie a ricovero di bozzoli di baco da seta) quindi, agli inizi del Novecento, frammentata in tanti piccoli appartamenti che ne deturpavano definitivamente la distribuzione interna. Quanto al corredo decorativo non va taciuta l’asportazione, per ‘necessità del vivere’, di tutti i balaustri interni ed esterni; quel che è più grave, alcuni sovrapporta e vaste porzioni del soffitto nel salone furono staccate e rivendute clandestinamente nel mercato antiquario da intermediari senza scrupoli e da compratori altrettanto temerari. Se le premesse facevano di villa Vecelli Cavriani una delle tante strutture destinate alla dissoluzione, l’epilogo ha portato al recupero pressoché totale del complesso grazie alla tenacia della famiglia Martinelli. Le cicatrici che il restauro non ha potuto sanare integralmente, inferte dalla trascuratezza del passato, sono lo stimolo a riconsiderare l’immenso patrimonio della civiltà veneziana che l’indifferenza non deve riuscire a disperdere.

 

GLI AFFRESCHI

 

La Cappella dell’Assunta

Situata nell’angolo sud-ovest del piano rialzato è il gioiello artistico più significativo della villa, risultato della collaborazione tra Filippo Maccari e Francesco Lorenzi. I due avevano già realizzato un ambiente molto simile nell’Oratorio Huberti di San Martino Buon Albergo, tanto che è verosimile ipotizzare che il committente, Padre Oratoriano, avesse espressamente richiesto un adattamento dello stesso progetto ai due artefici. Mirabile l’ovale dell’Assunzione al centro del soffitto e le due allegorie delle virtù teologali sopra l’altare.

Il Salone Vecelli

Il progetto architettonico della villa ruota indubbiamente attorno al Salone centrale: il committente voleva, evidentemente, stupire i suoi interlocutori con un ambiente vertiginoso per altezza e ampliato lateralmente dalle prospettive sublimi di Maccari. Perla dell’insieme era il vasto soffitto, dove Lorenzi ha forse affrescato il trionfo di Zefiro e Flora di cui non ci rimangono che pochi, ma eloquenti, lacerti. Il fondo neutro che campeggia è un atto d’accusa verso la trascuratezza in cui giacciono i beni artistici in Italia e verso le precedenti proprietà che non solo hanno lasciato cadere il soffitto senza segnalare agli organi competenti il problema, ma hanno anche provveduto ad eliminare preziosi frammenti che avrebbero potuto essere ricollocati.

Lo scalone della Contessa

Lo Scalone d’onore era l’ambiente meglio conservato al momento del restauro; protagonista di questo spazio angusto sorprendentemente dilatato dagli sfondi architettonici è Filippo Maccari, giunto a Verona al seguito di Bibiena ed in breve divenuto il primo quadraturista del Settecento veronese. Francesco Lorenzi interviene delicatamente nel complesso apparato scenografico con figure di servitori che rappresentati in arditi scorci di sotto in su fanno capolino dalle balaustre per dare il benvenuto ai visitatori.

La Sala della Quadreria

Adiacente al Salone Vecelli è questa Sala originale, che non si lega ad alcun repertorio iconografico presente nella Villa. Siamo propensi a credere che si tratti di un intervento posteriore ad opera di Lorenzi e del suo secondo, in ordine cronologico, quadraturista: il vicentino Guidolini. Se così fosse Villa Vecelli Cavriani è l’unica testimonianza dell’evoluzione stilistica di Lorenzi dagli esordi veronesi alla maturazione stilistica dei trionfi piemontesi.

Sala delle Divinità

La sala merita menzione per il prezioso fregio a grottesche alternato a cammei che riproducono le principali divinità dell’Olimpo. Anche la decorazione di questa sala si distacca dagli stilemi presenti in villa: i raffronti con opere del periodo monferrino e con gli affreschi di palazzo Forti in Verona confermano l’attribuzione a Lorenzi e Guidolini e suggeriscono una datazione molto tarda dell’intervento.

 

La villa oggi

Villa Vecelli Cavriani è ormai divenuta il punto di riferimento dell’attività congressuale ed economica tra le città d’arte di Verona e Mantova. Il particolare contesto architettonico progettato dall’Architetto Adriano Cristofali offre una struttura unica per tutto il territorio come sede di incontri, appuntamenti e riunioni, potendo coniugare così al meglio l’immagine e la funzionalità operativa. La raffinata ristorazione e la possibilità di pernottare nella prestigiosa residenza d’epoca completa l’offerta del Centro Congressi.

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