LA STORIA

Nulla di ciò che è degno di essere compiuto può essere realizzato nel breve tempo della nostra vita; per questo deve essere la speranza a salvarci. Nulla di ciò che è vero, o bello, o buono può trovare pieno senso in un immediato contesto storico; per questo deve essere la fede a salvarci. Nulla di ciò che facciamo, per quanto onesto sia, può essere compiuto da soli; per questo deve essere l’amore a salvarci
— REINHOLD NIEBUHR
 

RENATO MARTINELLI: MIO PADRE

Renato Martinelli, il quarto figlio di Giovanni e Maria Teresa, rimane orfano del padre, assieme ai fratelli Sergio, Edria e Nicola, a soli dieci anni. Nato nel 1933 a Sandrà, un minuscolo paese vicinissimo al Lago di Garda in Provincia di Verona, conclude il ciclo scolastico elementare “sotto le bombe” degli Alleati durante la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. La sua pagella scolastica riporta solo un tipo di giudizio per ogni materia: lodevole. Un giorno tornando da scuola s’imbatte in una colonna di carri armati e di blindati Tedeschi che stanno abbandonando il paese e, preso dallo spavento e dal frastuono dei mezzi cingolati, attraversa imprudentemente la strada e finisce per rovinare sotto uno di essi. Fuoriuscito miracolosamente dai cingoli di ferro del carro armato viene così salutato dai soldati che quasi non credono all’accaduto: “Tu angelo!”.

Non c’è tempo per studiare e nemmeno ci sono i mezzi per farlo, bisogna da subito mettersi al lavoro per essere utili alla famiglia che proprio in quei mesi piange la morte del padre, Giovanni Martinelli, stimato carpentiere e piccolo imprenditore di un’azienda edile tutta famigliare; colpito dalle febbri del tifo in pochi giorni lascia la famiglia e tutto il suo mondo. Per i figli di Giovanni e Teresa non c’è che una strada obbligata: lasciare il paese e tentare l’avventura nella grande città di Milano che in quegli anni di dopo guerra offriva, almeno all’apparenza, maggiori opportunità di lavoro e di occupazione. Prova alcuni lavori, alla sera si inventa pugile e alla domenica ciclista e calciatore alla scuola del grande Milan di quei tempi.

Ma anche a Milano le difficoltà sono, all’apparenza, insormontabili ed “un pezzo di carta” farebbe sempre e comunque comodo e così a soli tredici anni, mio padre, si iscrive ad una scuola di taglio e modellismo sartoriale presso la quale, in brevissimo tempo e a pieni voti, si diploma raggiungendo l’ambito riconoscimento delle “Forbici d’oro”. Conosce lì mia madre, Ines, anche lei frequentante la medesima scuola e già da tempo impiegata - prima in una sartoria di Brugherio nei pressi di Monza - e poi in un atelier del centro di Milano. Assieme ad uno dei suoi fratelli e alla sorella aprono a loro volta una sartoria da uomo in via Lomellina a due passi dal cuore pulsante di Milano. Il successo non si fa attendere. Famosi scrittori, tra cui Giovanni Guareschi, ed altre personalità, frequentano la bottega artigianale di mio padre e di mia madre ed oltre alle opportunità economiche crescono tra di loro la stima e la fiducia reciproca. Si sposeranno il 24 Maggio del 1958.

A Milano nasce il loro primo figlio, Giovanni Martinelli, e la strada economica e lavorativa sembra oramai delineata e sufficientemente perseguibile: tutto ad un tratto, però, da valente artigiano, mio padre, vuole diventare un imprenditore. Sempre di vestiti si tratta ma ora da produrre in quantità ed in maniera industriale! Il sogno di mio padre si avvererà di lì a pochi anni quando potrà fare ritorno a Sandrà, il suo paese natale – in sella ad una fiammante Moto Guzzi rossa con il sedile posteriore e con una cassetta di legno legata a modo di portapacchi - certo non di molto arricchito ma sicuramente con un avvenire davanti ed un sogno da realizzare. Nel 1965 nasce il secondogenito, Italo, seguito nel 1973 da Alessandro. A metà del 2003 - su proposta di alcune persone grate e riconoscenti ed in maniera del tutto inaspettata - viene insignito dal Presidente della Repubblica, ancora nel pieno della sua attività di imprenditore non solo nel campo dell’abbigliamento ma anche e soprattutto in quello immobiliare, dell’onorificenza di Commendatore. Nel breve volgere di pochi anni, operosi ed eccezionalmente intensi, anche i primi nipoti giungono ad allietare la famiglia di mio padre... La mia famiglia!

 

INES ACERBI: MIA MADRE

Ines Acerbi è la primogenita di Santo e di Emilia. Nasce nel 1935, a Brugherio, un paese della Brianza a due passi dal limite del grande Parco della Villa Reale di Monza voluta dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria. Dopo la scuola dell’obbligo inizia a lavorare come aiutante in una sartoria del centro di Milano dove frequenta anche una scuola di taglio rinomata e presso la quale si specializza nella confezione sartoriale di abiti da donna e maschili. Ogni giorno, ascoltata la Santa Messa, percorre sempre la stessa strada con grande senso del dovere e con altrettanta irremovibile costanza.

Conosciuto mio padre, lo segue nei primi passi professionali presso la sartoria aperta prima a Brugherio, a Monza con la vista sui grandi alberi del Parco, e poi a Milano dove si potevano incontrare “personaggi” altolocati e persino famosi. Spetterà a mia madre, grazie soprattutto alla sua grande forza di volontà, di potere trovare le persone giuste al momento giusto per fare il grande salto che dalla sartoria porterà alla produzione industriale dell’abbigliamento femminile. Madre di tre figli ha sempre accompagnato fedelmente mio padre nella sua incredibile avventura umana e professionale ma soprattutto ha guidato noi figli – poche volte con le parole e sempre con l’esempio – nell’entusiasmante avventura di diventare uomini.

 

immagini della nostra storia

 

L'AZIENDA

All’inizio c’era una rinomata sartoria artigianale. Mani sapienti si muovevano lungo le linee gessate del tessuto e ritagliavano con maestria e passione modelli e capi uno diversi dall’altro proprio perché realizzati interamente “ a mano”. Anco- ra oggi, in una delle nostre aziende, è gelosamente conservato un pesante tavolaccio da sarto. Le assi per costruirlo le procurò mio nonno Santo che a quell’epoca lavorava come manutentore alla Magneti Marelli di Monza; le misure sono perfette e calibrate apposta per appoggiare e per tenere sospesa la gamba del sarto mentre imbastisce una manica, un rever o un collo di giacca. Sul quel tavolo da sarto, ancora adesso, si possono leggere le tante piccole bruciature del ferro da stiro dimenticato acceso sul piano da lavoro. Oggi quel tavolo è ancora ingombro di pezzi di stoffa del prossimo campionario, di schizzi e di fotografie delle sfilate, di fili e di ricami per la nuova stagione.

Ad un certo punto però quel piccolo mondo artigianale sembra andare stretto e non bastare e si cercano nuovi sbocchi lavorativi e nuove opportunità professionali. Il signor Luigi Rizzi, nel 1957, chiede ai miei genitori e ai loro collaboratori di lavorare per lui e di realizzare una serie di capi da donna non più in maniera artigianale ma in quantità industriale; la maestria e la passione rimangono nella cura del lavoro ma i tempi oramai sono del tutto cambiati e richiedono nuove risposte. Pochi anni dopo, nel 1960, un facoltoso imprenditore milanese, Italo Rosazza – a lui io devo il mio nome inconsueto anche per quell’epoca – invita mio padre e mia madre ad aggiungere alla sartoria per la confezione in serie dei capi anche una piccola taglieria industriale; gli spazi sono angusti e del tutto insufficienti ed ancora una volta si deve ricorrere al nonno Santo per reperire il legname necessario per costruire il tavolo da taglio... La “taglieria” viene installata nell’appartamento della coppia da poco sposata e i rotoli delle pezze da tagliare sono infilati sotto il letto! In quello stesso anno, allarmata dalle nausee causategli dall’odore del celophan che rivestiva le pezze, mia madre capisce di aspettare un bambino. Ora però si trattava non solo di tagliare il tessuto ma anche di confezionare i capi; a chi rivolgersi in quella città anonima e per certi versi straniera? La decisione viene presto presa all’unanimità: si torna a casa! Acquistata una Moto Guzzi di piccola cilindrata, mio padre, tutti i giorni, forniva i pezzi dei capi da assemblare a delle casalinghe del suo paese natale ed ogni sera faceva ritorno a Milano – l’autostrada ancora non esisteva – con gli abiti confezionati, da stirare e da consegnare il giorno successivo.

Nel 1963 si pensa al grande passo e al grande ritorno. Mille metri di terreno edificabile vengono acquistati dai nobili Guberni di Sandrà, a Lazise, in località Sacro Cuore di Saline in provincia di Verona, sulle sponde amene del Lago di Garda; lì in brevissimo tempo, in maniera del tutto autonoma ed artigianale, nasce il primo capannone industriale dalla struttura ancora oggi moderna e funzionale e sulle cui pareti esterne, poco dopo, campeggerà una lunga scritta bianca: Confezioni Martinelli. Con il capannone nuovo arriva anche la casa nuova nella quale, nel 1965, sono nato e di cui ancora oggi conservo un caro ricordo di giornate spensierate in attesa del ritorno dei miei genitori sempre impegnati ed occupati nel loro quotidiano lavoro. Per tutto questo tempo e lungo tutte queste vicende mio padre rimase sempre molto legato a suo fratello Nicola e a sua moglie con i quali aveva condiviso gli inizi e le incertezze dell’avviamento di questa avventura imprenditoriale; la sorella Edria era rimasta a Milano mentre Sergio, il secondogenito, aveva seguito un’altra strada. Nel 1968, pur rimanendo soci, anche Renato e Nicola si dividono; a Mozzecane, un paese al confine con il mantovano, mio padre rileva un’azienda che dava lavoro a più di cento dipendenti, anch’essa d’abbigliamento, e che versava in gravi condizioni economiche e finanziarie. Quell’impresa si chiamava SALVER e traeva il suo nome dalle prime lettere del suo fondatore e dal luogo in cui essa era sorta: Salomoni Verona. Il nome della nuova ditta è presto “creato”: si chiamerà VERSAL: Verona Salomoni!

 

“ET PLURIBUS UNUM”

DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA  |  Stati Uniti D'AMERICA

 
Confezioni Martinelli.jpg
 
 

ET PLURIBUS UNUM

La frase si riferisce all’aggregazione fra loro delle tredici colonie indipendenti americane, che sancirà di lì a poco la nascita degli Stati Uniti d’America. La frase deriva originariamente dal Moretum, un poema attribuito a Pubblio Virgilio Marone ma il cui vero autore è sconosciuto. Nel testo del poema, la frase ”color est e pluribus unus” descrive il miscelarsi dei colori in uno solo. Questo motto era ben noto ai letterati americani del XVIII secolo. Appariva sul Gentlemen’s Magazine, pubblicato mensilmente a Londra sin dal 1731.

La storia vuole che “E pluribus unum” venisse usato sulla copertina del volume annuale, che conteneva una collezione dei 12 numeri della rivista usciti nel corso dell’anno. Pur mantenendo un buon livello di occupazione e grazie ad una successiva divisione societaria, la Versal diminuisce velocemente il numero di persone impiegate e nel breve volgere di alcuni anni da essa, come da una matrice, nascono molte altre aziende di piccole dimensioni tutte molto agguerrite e funzionali che daranno vita al fenomeno industriale del “pronto moda” della Provincia veronese che si attesta su un territorio molto limitato e dai tratti caratteristici: Mozzecane, Nogarole Rocca, Castelnuovo del Garda, Sandrà.

Da tempo questo territorio e questa filiera produttiva sono stati riconosciuti da una Legge Regionale del Veneto come "Distretto della Moda della provincia di Verona". Sull’onda dello sviluppo industriale degli anni Settanta ed Ottanta, il Gruppo Versal diventa una società per azioni e da società di produzione industriale si trasforma in una holding finanziaria di partecipazione ad altre imprese non solo nel settore del tessile e dell’abbigliamento ma anche in quello immobiliare. All’inizio c’era una rinomata sartoria artigianale... Oggi, di tutto quel tempo oramai lontano, è rimasta certamente una grande passione per il lavoro “bello e ben fatto”. Un’operosità instancabile che assicura prosperità e benessere a molte famiglie e ad un territorio che pulsa distante dalla grande metropoli adagiato tra le colline ridenti e le vaste distese della pianura... Ad un passo dal Lago di Garda.                                                                                                                                               

Testo di Italo Martinelli

 
 
Ma la storia è fatta per essere continuata. Da noi e da coloro che verranno dopo di noi. Ciò che è veramente importante è che a questo lungo tratto di strada percorso nel segno del lavoro, dello sviluppo e del benessere diffuso se ne aggiunga uno nuovo - altrettanto lungo - nel segno della continuità e della tradizione feconda
— ITALO MARTINELLI